Si può guarire dalle malattie autoimmuni?

 

La parola CURA può essere usata nelle malattie autoimmuni?

La parola “guarire” o “curare” quando si parla di malattie croniche autoimmuni mi sembra un po’ azzardata, curare significa ripristinare il sistema anatomico e fisiologico, ma nel caso di queste patologie se il tessuto anatomico viene distrutto, come si può curare? Leggete l’articolo per saperne di più.

Le malattie autoimmuni.

Il sistema immunitario ha il compito di difenderci da agenti esterni (quindi “non self”) scatenando una risposta immunitaria contro questi, che vengono così debellati; si parla di malattie autoimmuni, invece, quando il sistema immunitario non riconosce più i propri tessuti (“self”) e li attacca, distruggendone le cellule, tramite la liberazione di alcuni auto-anticorpi, che possono essere classificati in due gruppi: se sono specifici per un singolo tipo di tessuto determinano malattie circoscritte a quell’organo, se, invece, sono diretti contro il nucleo delle cellule causano malattie sistemiche, cioè estese a tutto l’organismo, perché le cellule che possono essere attaccate sono quelle che possiedono un nucleo. Le cause possono essere diverse, ma alla base delle malattie autoimmuni vi è un’estesa infiammazione, provocata da differenti possibili agenti: infiammazione da cibo, esposizioni costanti a metalli pesanti, esposizione a perturbatori endocrini, diete scorrette, intestino alterato, ecc. insieme alla predisposizione genetica da non trascurare.

Esiste una cura?

La parola cura, come dicevo prima, non può essere utilizzata nel caso di patologie autoimmuni, nel prossimo paragrafo vi spiegherò meglio tramite un esempio; ora, vorrei soffermarmi sull’uso dei farmaci che si pensa possano curare il sistema immunitario.

Se un soggetto affetto da malattie autoimmuni assume un immunosoppressore, questo non rimuove la causa completamente, ma soltanto in modo transitorio: smettendo di utilizzare l’immunosoppressore, la reazione del sistema immunitario si ripresenterà. Un esempio è quello di un medico che prescrive un antidolorifico a dosi crescenti al suo paziente che ha un chiodo che gli trafigge il piede; la cura ovviamente, non è l’antidolorifico, ma la rimozione della causa, in questo caso il chiodo. Se si desidera che l’infiammazione scompaia, è necessario trovarne la fonte, trattare il fuoco, non il fumo.

Esempi pratici: il caso Tiroidite di Hashimoto.

La tirodite di Hashimoto è una delle patologie autoimmuni che riscontro più frequentemente nei miei pazienti, perciò uso questa patologia come esempio. Questa ha alla base della patologia un processo infiammatorio autoimmune che porta alla distruzione dei follicoli tiroidei, ovvero le cellule che costituiscono la tiroide, riconosciute come “non self” dall’immunità cellulo-mediata e anticorpo-mediata.

Gli esami clinici più importanti utilizzati per diagnosticare la patologia sono gli anticorpi anti-TPO (anti-tireoperossidasi) e anti-Tg (anti-Tireoglobulina), che quindi colpiscono enzimi e proteine coinvolti nella sintesi degli ormoni tiroidei, i quali risultano bassi, instaurando ipotiroidismo da tiroidite. Talvolta si può presentare il gozzo, in modo graduale, poiché la tiroide continua a stimolare l’ipofisi per la produzione di TSH, che quindi risulterà alto, ma gli ormoni non saranno prodotti in sufficienza, sia perché i tireociti sono stati distrutti, sia perché sono in circolo anticorpi anti-TPO e anti-Tg che distruggono le proteine coinvolte nella loro sintesi. Inoltre, nella tiroidite di Hashimoto si possono riscontrare diverse situazioni funzionali come una normale funzione tiroidea, ipotiroidismo subclinico, ipotiroidismo clinico, ipertiroidismo/tireotossicosi transitoria.

Poiché si tratta di una patologia infiammatoria cronica autoimmune, per “curarla” si potrebbe pensare ad eliminare tutte le cause di infiammazione presenti nella vita quotidiana di un paziente affetto da questa patologia: dall’esposizione ambientale all’alimentazione; infatti, sarebbe buona prassi verificare la presenza di infezioni nascoste, di intolleranze alimentari (=infiammazione da cibo), verificare la presenza di malattia celiaca, verificare la presenza di metalli pesanti, verificare la permeabilità intestinale, integrare l’alimentazione di sostanze come, ad esempio, il selenio, l’inositolo, la vitamina D ecc. che svolgono un ruolo regolatorio nella fisiologia tiroidea.

Tutto questo basterà a far funzionare bene la tiroide? Spesso la tirodite viene trattata con la somministrazione di levotiroxina (ormone T4 sintetico), in modo da contrastare il continuo stimolo della tiroide sull’ipofisi. Il trattamento risulta obbligatorio quando viene riscontrato ipotiroidismo franco, in caso di ipotiroidismo subclinico con valori di TSH >10 U/l, nelle donne che stanno per iniziare una gravidanza.

Ricapitolando, quindi, trattando l’infiammazione tramite le verifiche dette sopra e l’assunzione dell’ormone tiroideo, si dovrebbero ripristinare i valori degli anticorpi anti-TPO e anti-Tg e permettere un corretto funzionamento della tiroide. Ma questo significa guarire o aver curato la patologia? Riflettiamo sul significato della parola “cura”: si guarisce curando una malattia quando si ritorna ad una situazione normo-funzionale senza l’utilizzo di supporti esterni, come ad esempio la Levotiroxina.

Eliminando il trattamento con il farmaco, la tiroide sarà in grado di funzionare indipendentemente? Riportando i valori anticorpali nella norma saremo guariti dalla tiroidite? Questi potranno anche oscillare, fra valori normali e alti, ma il problema sta proprio nella ghiandola: questa è stata distrutta dagli anticorpi, il numero di tireociti funzionanti sarà esiguo e non riusciranno a svolgere in modo efficace il loro compito, né tanto meno potranno rigenerarsi. Dunque, concludo l’articolo facendovi riflettere: si può usare la parola CURA quando si parla di Tiroidite di Hashimoto?

Dott. Francesco Garritano

Responsabile dello Studio Nutrilab

 

 

 

 

 

 

 

 

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